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Her: Capitoli Universitari

Capitolo 8: Pavia

Carissime e carissimi voi,
c’è una verità assoluta, ancora non detta, di quando si viaggia: è faticoso.
Camminare per chilometri e chilometri -perché una città la visiti veramente solo se l’attraversi a piedi- fermarsi per poco, giusto il tempo di mangiare qualcosa al volo, e poi ripartire.
Quattordici, quindici, anche venti chilometri al giorno.

La mia mamma diceva sempre che la parte più difficile da scorticare è la coda. Ovvero, di un qualsiasi programma, progetto, lavoro o percorso la parte più difficile da affrontare è quella finale: c’è una stanchezza diversa nelle gambe, nelle mani, negli occhi che fanno fatica a restare aperti e nella testa che aggroviglia tutti i pensieri, li annoda e li riannoda non dando a nessuno il permesso di passare.
E poi c’è quella stanchezza che non ti lascia dormire. Viaggiare di notte è un terno al lotto, si sale sul bus o sul treno chiedendosi se la stanchezza accumulata ci permetterà di dormire e rischiare di non scendere alla fermata giusta, oppure se si passerà il viaggio con gli occhi spalancati.

Il francese ha un modo particolare per dire “non ho dormito”: letteralmente, si dice non ho potuto fermare gli occhi.
Stanotte, sul bus che mi portava verso Pavia, per la stanchezza non avevo gli occhi sbarrati, e anche dire “non ho chiuso occhio” non sarebbe sufficiente o perlomeno corretto, ogni qualvolta si sbattono le palpebre vengono chiusi gli occhi.
Stanotte, sul bus, gli occhi non riuscivo proprio a fermarli.
Viaggiavano -anche loro- da destra a sinistra: dal ragazzino affianco a me senza scarpe e con i piedi poggiati sul sedile, alla bimba tra le braccia della mamma, al signore che dormiva tutto bardato tra cappuccio della felpa e sciarpone.

La vista, che è il senso più importante di tutti questi racconti, che mi ha permesso di raccontarvi tutte le città che ho visto -con parole e disegni- senza due occhi buoni vale molto poco. E, arrivata a Pavia, i miei occhi erano immobili: stanchi per il costante movimento notturno. Ho camminato tenendoli ben piantati al pavimento, privata della forza di sollevarli.

Prima tappa, ancora prima del caffè, farmacia per comprare un collirio.

Delle città nessuno pensa mai troppo alle strade: quelle concrete, l’asfalto, i san pietrini, i sassi, la strada intesa come terra dove la gente cammina e ha camminato. Sono costretta a guardare solo questa, almeno per un po’.
Pavia fu fondata dai Celti, nel medioevo fu Capitale del Regno Longobardo, insomma su queste strade hanno camminato Alboino, Carlo Magno, Foscolo, Volta, eppure quando il collirio fa effetto ed alzo lo sguardo davanti a me c’è la statua di una donna.

Una donna in cuffietta che, davanti al Ticino e il Ponte Coperto, non guarda ciò che ha davanti, con lo sguardo puntato in alto, ma è direzionata solo sulle sue mani, sui panni che lava. Di qui i grandi uomini, pensatori, scienziati, conquistatori, passavano e la lavandaia è sempre rimasta china a guardarsi le mani, concentrata sul suo lavoro.
Una donna che non lascia libri o documenti, che non alza il mento, eppure con un gesto faticoso e ripetitivo lava i panni al fiume, in questo borgo di pescatori fatto di case colorate che fluttuano sul fiume.

Borgo Ticino è collegato al centro storico di Pavia dal Ponte Coperto (o Ponte Vecchio), distrutto durante la seconda guerra mondiale, ad oggi cammino, anzi, corro lungo un ponte ricostruito fedelmente nel ’51: con arcate, tetto e finestre laterali. È quasi deserto, c’è chi porta a passeggio il cane o chi corre al primo mattino, così mi unisco a loro ma solo per svegliarmi, per riprendere quel movimento, quel fiato sospeso che mi permette -quasi mi costringe- ad alzare gli occhi.
Allora il ponte mi ricorda Firenze, Venezia, mi ricorda Roma, anche se a casa mia i ponti non li coprono.

Di questo viaggio ci sono tappe che devo rispettare: l’università di Pavia non si vede tutta insieme. Non ha un ingresso unico, per capirla bisogna entrare e attraversare i cortili, uno dietro l’altro; il cuore è il Palazzo Centrale, e quando ci si arriva il rumore della città, della strada, di tutto ciò che c’è fuori si spegne. Sembra una bolla.
I cortili hanno alberi che segnano le stagioni, accompagnati da biciclette storte e studenti e studentesse distesi o seduti ad ogni lato. Attorno all’università ruota un sistema unico di residenze: case, biblioteche, giardini, come se si studiasse da soli ma mai veramente isolati.

Non so bene che ora sia, non capisco se le persone entrano o escono da lezione, alcuni di loro hanno l’aria stanca e forse neanche hanno iniziato. Di tutte queste università, di tutti gli studenti e le studentesse che ho visto, ciò che hanno in comune è la costante ricerca di equilibrio: un po’ quello dei libri (che siano fuori moda lo zaino o le borse più capienti?) se ne vanno in giro con pile di libri e appunti in bilico tra le mani. Anche quando piove, corrono, cercano di coprirsi, ma mai con l’ombrello, le mani sono sempre occupate!
E poi la spasmodica ricerca di un equilibrio tra l’interno e l’esterno dell’aula, dell’edificio intero: essere qualcuno dentro e cercare di esserlo anche fuori. Conservare una vita fuori che permetta una media soddisfacente dentro. Camminare qui è come correre lungo Ponte Vecchio, passare da un borgo al centro storico attraversando il Ticino: nel movimento che porta dalla città alla bolla studentesca, e viceversa, lo spazio consegna a chi cammina il tempo di pensare, cambiare, rallentare se si ha bisogno di tempo per recuperare qualche parte di sé andata dispersa, magari per una lezione interessante o un esame andato male. Dal cortile alla strada sembra che qualcuno li spinga fuori, magari spostati di qualche grado dalle loro posizioni, non persone trasformate ma diverse, forse cresciute. E loro, quelle persone sedute o sdraiate là in mezzo, oppure coloro che siedono nelle aule, che ascoltano, scrivono, che consapevolezza hanno?
Alessandro Volta, mentre passeggiava tra i cortili, prima di inventare la pila elettrica, sapeva che stava facendo qualcosa di importante?
Foscolo, studente inquieto che a Pavia non si laurea ma trova un ambiente intellettuale che lo comprende, era consapevole del suo fare?

Esco dall’università e tutte le persone che entrano camminano, forse leggermente storte, forse attendendo che l’università stessa li raddrizzi. Chissà se hanno la consapevolezza che stanno facendo qualcosa. A priori, che questa cosa riesca oppure no, queste persone studiano e sono portate al fare. La maggior parte delle volte, sono portate alla ricerca del fare qualcosa di buono. Chissà che consapevolezza hanno.

Pavia dall’alto sembra una grande scacchiera, fatta solo di elementi rossi.

Chiedo a tre persone diverse di salire sulla cupola del Duomo di Santo Stefano e Santa Maria Assunta: per tre volte mi dicono no, poi una signora dice che mi può accompagnare, che lei sarebbe salita comunque. L’ingresso è laterale, quasi nascosto: una scala stretta che diventa sempre più ripida. Scala in muratura, poi passaggi più stretti, infine una scala a chiocciola: una salita faticosa, silenziosa, si sentono solo i miei passi. La signora sembra abituata, non emette suono.
Dice che in realtà non doveva salire, voleva solo farmi vedere; non le chiedo perché mi stia facendo questo favore, la ringrazio soltanto, voglio credere nella cortesia, negli occhi gentili che ti scortano in alto.
La cupola del Duomo non dà la vertigini ma un senso di sospensione: questa enorme scacchiera rossa invasa da una coltre di nuvole rosa, violetto, celesti. È quasi il tramonto.

A cena dispongo sul tavolo della trattoria colori, pennelli, acquarelli, matite, il cameriere è stizzito ma cerca di non darlo a vedere, si impegna.
Mi lascia -dove trova posto- il risotto alla certosina. Dice che i Certosini erano monaci con una cucina semplice, mescolavano ciò che avevano nell’orto, e quando la ricetta è entrata nelle case delle famiglie hanno omaggiato la tradizione con il nome.
Forse si aspetta che mi appunti da qualche parte queste nozioni, che rimanga stupita, magari affascinata, e normalmente gli chiederei anche di più. Ma questa volta metto in bocca la forchetta senza guardare, senza assaporare: con i colori cerco di riprodurre quello che ho visto dal duomo, i tetti, il tramonto, le cupole, gli edifici, le persone, voglio tutto e lo faccio sui tovaglioli della trattoria. Ne chiedo ancora, e ancora e ancora e ancora finché non arrivo all’ultimo boccone: il piatto ha una sola forchettata di risotto ancora intatta, ed io neanche me ne sono accorta.

Forse, allora, i grandi non sapevano di essere grandi.
Le studentesse e gli studenti sono troppo occupati a scrivere, contare, dimostrare, dibattere, discutere, disegnare per vedere veramente ciò che fanno. Quanto sia grande la porzione che mangiano e quanto poco ne assaporino il gusto.

Lascio quella forchetta lì: chiudo i pennelli, gli acquarelli, i colori, le matite, infilo sei fazzoletti ancora umidi nel mio zaino e porto il piatto davanti agli occhi. L’acqua nel bicchiere è blu: c’ho pulito un pennello e neanche me ne sono accorta, non sono neanche sicura di non averci bevuto.
Quell’ultimo boccone lo assaporo piano, con la tranquillità che Pavia ha cercato di spiegarmi e che ho capito solo all’ultimo. Che il collirio abbia fatto effetto solo ora? Non saprei.
Quando chiedo il dolce il cameriere si anima, sorride. Un po’ meno quando vede l’acqua blu, ma mi cambia il bicchiere senza dire niente.

Per arrivare in stazione cammino piano, respiro affondo, col mento in alto; quella donna, la lavandaia del borgo, a furia di lavorare chissà quante cose si è persa. Probabilmente conosceva perfettamente la forma delle sue mani, le rughe, le ferite, e magari non sapeva neppure i nomi di chi le stava a fianco.
Viaggiare è faticoso, guardare è faticoso: Graziadio Isaia Ascoli diceva che non si può pensare di imparare qualcosa di nuovo senza mettere in conto la fatica.
Ecco la mia: la metto in conto, la riconosco, la dichiaro!
Essere delle persone attente e curiose non è una caratteristica, una peculiarità, è un atto, ci vuole forza di volontà. Ci vogliono gambe forti, occhi aperti e svegli.
Pavia è una partita a scacchi che non conta il tempo, ha migliaia di pedine rosse che invece di muoversi, pronte per farti scacco matto, ti lasciano camminare, spostare, inclinarti di qualche grado fin quando non ti fidi della loro immobilità.
Una fissità che diventa sicurezza.

Io riprendo il treno, l’ultimo, con un nuovo collirio e con la speranza di riuscire a fermare gli occhi, di chiuderli per un po’, ma solo per riaprirli meglio.
Per raccontarvi meglio.

Sempre con amore,
La vostra Her