Her: Capitoli Universitari
Capitolo 3: Brescia
Carissimi e carissime voi,
Avete mai viaggiato in solitaria?
Da quando viaggio da sola, che siano spostamenti di piacere o lavorativi, le persone a cui lo dico hanno sempre le stesse due reazioni: c’è chi si domanda come faccia a non annoiarmi o a non farmi prendere dal panico, e chi invece parla di libertà e quasi
la invidia, mi invidia, perché muoversi da sola significa non dover rendere conto a nessuno.
Essere libera.
Tra i portici in Piazza della Loggia non è difficile scegliere un bar. Mi siedo di fronte uno spiazzo verde, con fiori rossi, lilla, gialli, bianchi; al centro della piazza c’è la torre dell’orologio, che ricorda quasi un po’ Praga, girandole leggermente attorno si scova questo giardino in cui gli alberi vengono fuori da costruzioni quadrate dai colori brillanti.
Faccio colazione, stamattina il caffè non basta: pasta con la crema e frutti di bosco, magari anche una spremuta d’arancia, e poi certo, un caffè, magari macchiato, magari con un po’ di zucchero. Alla gastrite ci penserò stasera.
A Brescia non parlano come a Torino, decisamente no. Tiro fuori la mia laurea e me lo spiego: il piemontese è un dialetto gallo-italico, ha influenze francesi, è più morbido; Brescia è piena di tagli, di “z”, di “sci”, se Torino segue una melodia Brescia segue un tempo, un ritmo, parlare è un continuo battere.
Allora sì: só segùra de volér il caffè, el süch e la crema, anche se l’è acit.
A fare colazione siamo io e la Bella Italia, che tecnicamente è il Monumento alla Bella Italia
, ma nessuno la nomina per esteso. Io e una donna di marmo, elegante, coperta da una tunica, entrambe esposte a uno spiazzo verde perfettamente recintato, persino i fiori rossilillagiallibianchi non crescono dove vogliono: vivono in perfetti cespugli quadrati.
La cameriera nota come guardo la statua, dice che simboleggia
la libertà, che fu eretta per i caduti delle Dieci giornate di Brescia.
Bella Italia rappresenta la libertà ed anche lei è lì, solitaria nella piazza, accompagnata da alberi e fiori che di libero hanno poco e nulla.
Non avere nessuno accanto, così come non avere uno spazio delimitato, ci rende liberi o ci annoia? Ci rende liberi o malinconici per quella stessa solitudine che ricava poi la libertà?
Mi allontano a fatica dagli occhi della Bella Italia, anzi, quasi mi sento il suo sguardo posato ancora sulle spalle, come se l’avessi disegnato sulla pelle.
Brescia non ha una piazza del Duomo, ha Piazza Paolo Vl perché la città di Duomi ne ha due: quello vecchio e quello nuovo.
Oggi sembra un discorso che mi rincorre: persino il Duomo non è stato lasciato solo.
La mattina presto il sole ci batte appena: il Duomo vecchio è più basso, tondo, più scuro, mentre quello nuovo è alto, brilla e ha una cupola turchese. Vorrei saper dormire di più: svegliarmi insieme alla città, muovermi con le altre persone, invece dormire mi annoia e sono io a dare il buongiorno alle strade, sono miei i primi passi sul ciottolato bresciano.
Come la Bella Italia, solitaria, osservo la città; c’è arte, c’è storia, una gratuita architettura che offre una città nella città: c’è una parte romana fatta di templi, mosaici, il Capitolium, persino un teatro romano, ma a differenza di Roma Brescia è alta, tutta alta. Il nome lo diede l’imperatore Ottaviano, era la Colonia Brixia, che viene dal celtico e indica una fortezza, una sommità. Brescia è alta e si difende, la sua libertà è una donna sola dagli occhi aperti, coperta di tuniche e con della vite tra le mani, per Carducci la città era la “leonessa d’Italia”.
Alta, forte e libera.
Viaggio da sola e le cose che imparo me le insegnano le persone che non conosco: l’università ha più dipartimenti dislocati, le strade sembrano brulicare di studenti, vanno da un lato all’altro della città, decidono dove studiare, dove mangiare, se prendere le bici e sedersi per terra, da qualche parte, che un belvedere lo si trova sempre. Sono loro a parlarmi della leonessa d’Italia: mi dicono di visitare il Torrione in Piazza Vittoria, che è il primo grattacielo d’Italia, che devo vedere “el Vantinì”, il primo cimitero monumentale in Italia.
Brescia, che non è una città di mare, ha un faro nel suo cimitero monumentale, la luce del monumento rappresenta la libertà e deve restare accesa per le generazioni future.
Mi sudano le mani: un finto faro con una luce vera, l’idea di una libertà che riporta a casa il proprio popolo.
Cambio argomento, chiedo qualche chicca della città, qualcosa che sia solo loro. Brescia ha un bue d’oro, o meglio la statua di un bue d’oro, e si dice che quello vero venne nascosto per non farlo distruggere dai barbari; oppure hanno Santa Lucia che a Natale, tra il 12 e il 13 dicembre, distribuisce i regali con il suo asinello, molto più pratico di slitta e renne.
Devono tornare a lezione, prima di lasciarmi mi raccontano dei colli dove devo andare, le alture, il Castello di Brescia, Piazza Arnaldo viva e piena di locali, eppure mi incammino verso una delle tre statue parlanti di cui mi hanno raccontato.
Non fa caldo, anzi, le persone in bici pedalano con delle giacchette, con i jeans lunghi, io invece ho le mani bagnate e la schiena sudata.
Controllo il telefono: nessuna chiamata.
Una delle ragazze ha detto che non c’è molto da vedere delle statue parlanti, ha riso, ha dovuto sottolineare che le statue non parlano veramente.
Non so se considerarmi offesa, ha creduto veramente che io pensassi potessero parlarmi?
Mi avvio comunque: le statue raccoglievano i biglietti del popolo, lamentele contro il governo che nessuno osava esprimere. Mettendoli insieme, le statue “dialogavano”.
Il Monumento al Moretto è dedicato all’artista, anche lui è alto, molto più alto di me, con tavolozza e pennelli tra le mani; mi siedo sul muretto ai piedi della statua, levo la giacca, anche il cardigan, cerco di infilare tutto nello zaino mentre tiro fuori carta e penna.
Controllo il telefono: nessun messaggio.
Signor Alessandro Bonvicino detto Moretto, la solitudine è libertà?
Se lascio un biglietto ai suoi piedi è la sua voce che parla, è la statua parlante che si esprime: ricomincio.
La solitudine è libertà?
Essere posti così in alto, trasformarsi in una fortezza, questa Colonia Brixia, diventare una leonessa, forte e isolata: è libertà?
Lascio il biglietto, qualcuno leggerà e la farà parlare.
Quando si viaggia in solitaria è importante organizzarsi, e non è così facile come sembra: quando si è con qualcuno inconsapevolmente appaiono dei limiti, come quei fiori rossilillagiallibianchi di Piazza della Loggia, che sembrano crescere liberamente e invece hanno uno spazio invisibile ma ben delineato.
I desideri degli altri, le loro scelte, dettano i tempi, le scadenze, le corse verso quel museo che vogliono così tanto vedere e che chiude tra meno di un’ora.
Da sola scelgo ciò che voglio conoscere, pur tuttavia ciò che volevo ieri non lo voglio oggi, ciò che volevo stamattina non lo voglio ora, è questa la vera libertà?
Niente musei, castelli, piazze o ristoranti giusti dove cercare la polenta: mi serve una bici, se elettrica meglio.
Imbocco via Panoramica: io, la mia bici noleggiata, un quadernino con un foglio strappato e dieci chilometri da affrontare.
I primi tre sono di riscaldamento, la bici non è elettrica, chiaramente.
Al quarto chilometro sono senza fiato, al quinto mi viene da piangere.
Il percorso ciclabile è molto chiaro, la strada da seguire è una sola, non si può sbagliare: il problema sono gli alberi.
Il verde che è troppo verde, il vento che è troppo rumoroso, la terra che scricchiola sotto le ruote: sono sola, libera, eppure così piccola?
Guardo avanti e indietro, la strada è la stessa, anche il panorama. A metà strada non si può far altro che proseguire, tornare indietro non farebbe passare la paura di una strada che sembra non avere uscite, a metà strada si può solo andare avanti, ed è proprio quando si arriva a metà strada che si vuole tornare indietro.
Su questa strada lineare, stretta, coperta di pietrisco, pedalo veloce e fisso i piedi, solo i piedi: se non guardo davanti posso avere l’illusione di un qualcosa che prima o poi si aprirà.
Invece no, per pedalare bisogna guardare avanti, alzare lo sguardo, per prendere le curve bisogna aprire gli occhi ed ogni curva mi fa sbucare contro un altro schermo di alberi alti, nessuna visuale.
Pedalo più veloce, rimango senza fiato.
Il telefono non squilla, non ci sono messaggi, ed io non conosco nessuno qui: se cadessi?
Se mi facessi male?
Se smettessi di respirare per questa salita che, no, non ha una pendenza media come dicevano al noleggio bici, ha una pendenza importante, importantissima, quasi impossibile, se pedalo ancora mi ritroverò in verticale, andrò talmente veloce da poter cadere all’indietro, di testa.
Batterò sicuramente il capo, il casco è agganciato bene? È troppo largo?
Forse avevano ragione, viaggiare da sola non è così sicuro, forse viaggiare in solitaria è spaventoso, e perché non mi chiama nessuno?
Qualcuno sa dove sono?
Settimo chilometro, la pendenza sembra aumentare, il respiro diminuire, mi fermo.
Proprio perché sono sola, mi fermo. Chi mi corre dietro?
Io detto i miei orari, io da sola prendo le mie decisioni, è questa la libertà?
Il panico che ti assale su una vecchia bici tra alberi troppo verdi?
«Bèlìna, ‘t vöret ‘na mà?»
Una signora si ferma accanto a me, una signora dai capelli bianchi e una giacca a vento lilla, con uno zaino e i bastoni da trekking.
«Bellina, vuoi una mano?»
Dice che sono viola in volto, che la cima è bella ma la si può raggiungere anche a piedi, con calma.
Non so se è lei che accompagna me o io che accompagno lei, mi presta uno dei suoi bastoni da trekking, mi prende persino a braccetto.
Gli ultimi tre chilometri sono lenti, camminati, una promenade fatta insieme ad una sconosciuta, senza fretta, senza correre, riprendo il respiro: ho perso il tramonto.
Dalla cima si ha una vista circolare: la pianura padana con gli Appennini in lontananza, le prealpi bresciane e sotto l’intera città, un reticolato di luci, strade, piazze che guardo dal punto più alto.
Ora è tutto in basso, è tutto guardato, visibile.
La signora mi sorride e mi lascia un pezzetto di torta avvolta in un fazzoletto, dice che è alla mandorla e agli agrumi, l’ha fatta la figlia che è una pasticcera. Poi va via, ed io sono di nuovo sola.
Quando mi siedo a mangiare questa torta, la torta di Sant’Angela, il verde del prato non è più troppo verde, il vento non è troppo forte.
Prendo il cellulare, questa volta ho il caricatore portatile, videochiamo mia sorella: fanno a gara con mia madre per chi deve parlarmi per prima, alla fine è mio padre ad accaparrarsi il telefono, vuole vedere i colori di Brescia.
La discesa dal Monte, che dovrebbe essere più spaventosa, in realtà è più divertente: la prima parte completamente al buio, le luci degli altri ciclisti mi fanno da pista, seguo loro. Nessuno parla, solo il rumore delle ruote e alcune cicale rimaste ancora a cantare; le curve della discesa sono più ariose, i suoni della Maddalena si mischiano con quelli della città, il vento scorre tra i capelli dei ciclisti davanti e ritorna indietro come rumore di clacson, le cicale ora sono voci, musica, feste, locali che aprono, scivoliamo di nuovo tutti insieme nella città.
Tutti insieme ma senza conoscerci.
Restituisco la bici e quando pago penso alla signora dai capelli bianchi, neanche le ho chiesto il nome eppure mi ha lasciato i suoi occhi addosso, sulle spalle, come la Bella Italia.
Se qualcuno, una persona qualsiasi, ha recuperato il biglietto e fatto parlare la statua vorrei gridare una risposta, avrei dovuto farlo dalla cima del Monte: sei libera quando nella tua solitudine non sei veramente sola.
Ora sono pronta per ripartire, magari prima assaggio la polenta, poi riparto veramente.
Pronta per la prossima avventura,
la vostra Her.