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Her: Capitoli Universitari

Capitolo 3: Calabria

Carissime e carissimi voi,

La parte più bella di quando si viaggia verso sud, verso la Calabria, è il momento dello stacco. Quando esci dal tunnel e, fuori dall’enorme finestrino del treno, si vede il mare. È un attimo, ci vogliono una manciata di secondi per abituarsi, per far sì che il cervello connetta e capisca di essere arrivato a destinazione ma, prima di questa manciata di secondi, c’è un solo piccolissimo attimo in cui si esce fuori dal tempo.
In cui il sole lo vedi anche se non lo vedi, e il mare lo senti anche se non lo senti: io ho le orecchie tappate, gli occhi ancora incollati dalle poche ore di sonno rubate al viaggio e al vicino che costantemente doveva alzarsi per andare in bagno, eppure le vedo. Sfumature di azzurro, rosa, arancione, nulla è chiaro. Nemmeno la precisione delle onde, che ai miei occhi confusi appaiono come un unico grande movimento, come se ci fossi in mezzo. Improvvisamente, non sono su un treno ma su una barchetta: ancora non abbastanza sveglia, c’è un miscuglio di colori che accompagna la velocità del treno, il quale a sua volta segue le onde che, senza rumore, senza frastuono, senza violenza si appoggiano con calma sugli scogli, non si ritirano neppure. Restano lì, si accumulano mentre riprendo la vista; recupero il mio zaino.

«Paola, stazione di Paola».

Le case conservano i ricordi, la memoria: un corpo ne viene attraversato. Raccontiamo la stessa storia così tante volte, e in così tanti modi diversi, che – come vittima del gioco del telefono senza fili- persino la nostra storia muta. Cambiano le immagini, le parole, le persone: cambia il ricordo.
Per questo la memoria deve rimanere chiusa nei cassetti, negli armadi, nelle scatole sotto il letto: i ricordi devono rimanere in casa, mai messi in tasca.
Io sono nata e cresciuta nella città più bella del mondo, o per lo meno, in quella che per me è la città più bella del mondo.
Eppure quando torno qui, in questa stazione che ha quattro binari, un solo bar e nessuna scala mobile, c’è un formicolio che nasce dalla pianta dei piedi, mi avvolge le caviglie. Sale lungo il corpo mentre porto lo zainetto fuori dalle stazione, arriva alle anche quando mi prendo un caffè al bar.

«’Nu cafè p’a signurin’. Signuri’ zzuccher’?»

È appena passata l’alba, non mi fermo qui, prendo un altro treno e -questa volta- il mare si allontana nitidamente. Una sola fermata e sono in città.
Lo zucchero del caffè, se non il caffè stesso, ha aiutato quel formicolio nella sua scalata: ha raggiunto l’ombelico, poi lo stomaco, il petto.

Esco dalla stazione, mia cugina si sbraccia di fianco alla sua macchina nera parcheggiata male; il formicolio invade i gomiti, i polsi, le dita ed io corro accompagnata da questo movimento della pelle, del sangue che vorticosamente si rincorre per tutto il mio corpo.
Lei grida, io grido: è gioia, il formicolio è ovunque, persino nei capelli, ed è condiviso.

Quando le famiglie crescono lontane c’è un misto di sentimentalismo e mistero, di euforia e nostalgia.
La bambina a cui ho insegnato l’alfabeto, con la quale litigavo per le matite colorate, che ha letto con me il suo primo libro ora è qui: con la sua patente, la sua macchina, pronta per prendermi alla stazione.
Come un’adulta mi chiede com’è andato il viaggio, se ho dormito, se mi sono coperta che sui treni fa sempre più freddo, se ho fatto colazione, se qualcuno ha parlato al telefono senza le cuffie.
Prende lei il mio zaino, come un’adulta si allaccia la cintura e mi passa il suo lucidalabbra, senza che io le abbia chiesto nulla.
«Priorità: prima questo e poi la colazione».
Dice che un caffè non è una colazione, che se a quest’ora non ci sono bar aperti in tutta Cosenza allora lo aprirà lei: tirerà su la saracinesca e mi porterà il cornetto migliore della città. Non ce n’è bisogno.
So perfettamente dove mi sta portando: conosco a memoria il bar che, come dice lei, fa i cornetti “più farciti di tutti”. Il bar vicino ad un vecchissimo salone per capelli, davanti ad una rosticceria che offre sempre gli stessi quattro fritti, accanto al cinema che ha anche una sala per i saggi delle scuole di danza. Ogni visita agli zii di giù implicava una serata in quel cinema-teatro: mia cugina Esterina studiava danza, ed io non ho mai perso uno solo dei sui saggi.

Poltrona rossa, prima fila, posto interno a destra.
Dice che non la disturba questa mio arrivo improvviso durante la settimana, mi porterà con lei, farò tutto ciò che farà lei. 
Allora riprendiamo la macchina ma le chiedo di lasciarmi guidare.
Quando si viaggia, soprattutto per molto tempo, si perde tutto ciò che si dà per scontato: ogni viaggio ha un deodorante diverso, un ammorbidente diverso, non uso più profumi per questioni di spazio, mi porto dietro solo i campioncini che regalano nei negozi.

L’identità dell’individuo è fatta dal suo pensiero, dal suo modo di agire, l’apparire è la ripetuta messa in scena di posture, gesti, parole ed estetica. Infondo, però, l’individuo è alla ricerca di un bisogno azzarderei dire primario: essere riconosciuto. Allora -infondo- è soddisfacente quando vieni riconosciuta per l’odore, il profumo, per lo stile, persino per le scarpe.
Quando viaggi perdi una parte dell’apparenza e una parte della quotidianità, come ad esempio guidare. Esterina se ne rende conto subito: non scalo bene le marce, mi perdo su due rotonde, mi muore la macchina e arrivate al momento del parcheggio mi obbliga a scendere. La macchina è nuova.
Sua madre lavora in Università, in segreteria, e l’università della Calabria è una piccola cittadella sviluppata per lungo.
Un lunghissimo ponte con diverse entrate, che collega linearmente l’ingresso della cittadella con tutti i suoi edifici, sviluppati su più piani, fino ad arrivare agli appartamenti riservati a studenti e studentesse.
Esterina dice che ci mettiamo poco, che deve solo lasciare le chiavi alla madre; lei si muove con esperta agilità, sa dove va, entra con sicurezza negli edifici, prendiamo rampe di scale, usciamo dagli edifici, ci ritroviamo sul ponte di ferro ma solo per attraversarlo ed entrare negli edifici posti dall’altro lato. E di nuovo si scende, percorriamo la strada da sotto, poi di nuovo scale, di nuovo su.
L’università non la conosco benissimo: ricordo lo studio di mia zia, che mi portava con lei e mi faceva fare le fotocopie da bambina, e poi appena diciottenne ho esplorato meglio i parcheggi. Non che sapessi guidare, ma passare l’estate in Calabria ha sempre portato qualche falò in spiaggia, con qualche chitarra, qualche canzone di Brunori, e qualche bacio che veniva poi ripetuto in città, con più precisione, che veniva ripetuto nel parcheggio dell’università della Calabria.
La struttura non la conoscevo bene, ma i parcheggi all’ingesso, quelli alla facoltà d’ingegneria e quelli vicino agli alloggi sì: che bella l’adolescenza matura.

Zia dice che sono sciupata, che ho i capelli troppo lunghi e rovinati, quando torniamo a casa ci pensa lei a farmi una maschera con le uova ed il miele, che li rimette al mondo. E poi ci pensa lei a farmi la parmigiana, che stasera c’è anche zio, e gli altri parenti, c’è pure la nonna, che sta friggendo patate da quando ha aperto gli occhi. Le sue non sono patate fritte con un po’ di sale e rosmarino, è sale fritto con un po’ di patate e rosmarino.
Esterina mi tira via: io lo so che ha lezione, che dovrebbe rimanere qui tutta la giornata, ma non me lo vuole dire, ed io non chiedo niente perché so che mentirebbe.

Dobbiamo andare a Cosenza vecchia, perché lì c’è il gelato più antico e buono.

Non importa in quale periodo io venga a trovarla, che sia estate o inverno, il gelato da Zorro va preso!
Cosenza Vecchia è il centro storico della città, è la mia parte preferita: una visione medievale, un labirinto urbano fatto di salite, vicoli stretti, e case addossate l’una all’altra. Le signore si siedono fuori dai loro appartamenti e parlano, su sedie di plastica e in abiti lunghi: le case sono spesso in pietra e mattoni, con balconi in ferro battuto e portali in legno.
Quando ci venivo da ragazzina mio zio mi portava in moto, parcheggiava e lasciava tutto lì: incustodito per strada. Caschi in bella mostra, nessuna catena, mancava poco che lasciasse anche le chiavi attaccate: nessuno si preoccupava di nulla. Allora, il gelato lo andavamo a prendere al Castello Normanno-Svevo: è il punto più alto della città, si vedono tutti i tetti del centro storico e persino le montagne! Si vedeva bene anche quando sulle montagne nevicava, allora il giorno dopo bisognava andare in Sila.
Invece con Esterina il gelato lo prendiamo affacciate sui due fiumi, Crati e Busento, con le nostre coppette nocciolaepistacchio, appoggiate sul ponte.
Ogni cucchiaiata, ogni qualvolta la spatola ammorbidisce il gelato e mi si scioglie sulle labbra, sento di nuovo quel formicolio: stavolta parte dall’alto, da un punto preciso a metà tra le sopracciglia, e inizia a scendere.

 

Prima sugli occhi, poi mi fa prudere il naso, le guance, le labbra e non ho più voglia di mangiare: resto incantata sull’acqua che scorre sempre allo stesso modo, sempre la stessa, sempre la stessa?
«Ci buttiamo?».

Era un vecchio gioco, una vecchia leggenda: Alarico, re dei Visigoti, aveva seppellito proprio lì il suo tesoro, fece deviare il corso dei fiumi e poi li reindirizzò. Quando eravamo bambine, ci prendevano in braccio minacciando di buttarci giù: eravamo piccole, potevamo infilarci nei canali più nascosti per trovare il suo tesoro.

 

A cena nonna dice che sono sciupata, non mi dà neanche un bacio, prende una polpetta fritta e me la infila in bocca.
«È buona di sale?».
Mai avrei potuto rispondere no.
Gli altri cugini mi abbracciano, gli zii chiedono quanto mi fermo, a cosa sto lavorando, come va il mio viaggio e mi raccomando porta sempre una giacchetta sul treno, che fa sempre più freddo dentro.
Il loro dialetto non l’ho mai imparato, ma l’ho assimilato: conosco tutti quei suoni, quelle parole dure dette a voce altissima, conosco i loro sapori salati, antichi, di tavole lunghe e sedie che si aggiungono ogni qualvolta qualcuno bussa alla porta.

Prima arrivano gli amici di Esterina, poi i vicini che chissà perché si ricordano di me, poi parenti, e parenti, e i parenti dei parenti, ed è sempre l’onomastico di qualcuno per cui, a fine cena, c’è sempre una torta in tavola e diversi liquori.
E le carte. Il momento più bello è quando qualcuno si addormenta, i più piccoli sono sul divano, gli uomini con le braghe aperte e gli occhi chiusi, allora la nonna tira fuori le carte e le noci.
Zie e nipoti sgusciano noci, lanciano carte e inizia un solenne e rituale taglia e cuci: la vicina si è ripresa il marito dopo il divorzio, alla signora Canetti sono entrati i ladri in casa, Vittorio vuole comprare casa? Porta pazienza, che un paio d’anni e la vicina di nonna schiatta, e voi bambini non ne volete più? Ah! Ma non sapete, Valentina si sposa! Valentina, dai! La compagna delle medie della sorella maggiore di Ester, dai, hai capito quale?
Mia nonna non parla mai, ascolta: lei non dice ma sa tutto, e mi guarda, perché io invece non so niente e posso solo ascoltare.
Li conosco i suoi pensieri: perché?
Perché i miei genitori mi hanno portato via da tutto questo? Dai suoni duri, le parole schiette, l’odore di fritto, il gelato buono, i baci nel parcheggio e le tavolate lunghe?
Io lo so, e anche nonna lo sa, ma non ci diciamo nulla: sgusciarci le noci a vicenda è il nostro linguaggio d’amore.

Per arrivare alla stazione Esterina mi lascia guidare, non fa storie, poi mi regala una sua giacca.
Ed io le sono grata, che in questo vagone l’aria condizionata è rotta e sembra di essere all’esterno in pieno febbraio, ma ho la sua giacca.
Una giacca che prima sarà stata di zia, che nonna le avrà ricordato di darmi.

Il formicolio ha ripercorso la sua strada a ritroso: è tornato alle ginocchia in stazione, sulle caviglie appena sono salita sul treno; non era solo formicolio.
È nostalgia di cosa avrebbe potuto esserci e non c’è stato; eppure, esattamente come quella coppetta nocciolaepistacchio, lasciata a metà sul ponte, è bello poterla assaggiare anche se non posso portarla con me.

Con una giacca in più, sono pronta per la prossima meta.
Allora prossima avventura,
La vostra Her

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