Her: Capitoli Universitari
Capitolo 9: Salento
Carissime e carissimi voi,
c’è fretta nell’aria.
Sarà il vento che mi sposta la giacca, i capelli, i pensieri, che mi spinge come se non fossi io a decidere dove andare, come muovermi, con quale passo iniziare quest’ultima avventura.
Lecce è detta anche La Signora del Barocco, una delle città d’arte più importanti della Puglia.
Ho un obbligo morale, imperativo, neanche il vento potrebbe fermare la mia obbedienza verso tale obbligo: provare il caffè leccese.
Entro in un qualsiasi bar, neanche lo chiedo che già sanno, basta sentirmi parlare per capire che non sono di qui e voglio provare tutto, assaggiare tutto ciò che questo posto ha da darmi.
La Signora del Barocco mi offre un caffè bollente versato su cubetti di ghiaccio con latte di mandorla; il proprietario del bar -che in realtà è anche una pasticceria- mi porta un pasticciotto leccese, senza che lo chiedessi.
Ha capito tutto. Dice che serve per resistere al vento, allora non lo finisco, me lo porto dietro come compagno di camminate.
Piazza del Duomo a Lecce non è un luogo di passaggio ma d’ingresso, come se fosse una stanza a cielo aperto: chiusa su tre lati, ti obbliga a renderle conto, darle importanza tramite il Duomo, il Campanile e due Palazzi. Progettata per fermarsi, per farsi guardare.
Sembra un enorme palcoscenico color avorio: fatta di statue che ti osservano mentre pronunci le tue battute, sorvegliate da un campanile di settanta metri.
Dicono che la piazza cambi: al mattino è chiara, talmente chiara da far male agli occhi, nel pomeriggio diventa arancione, è più accogliente, e la sera è intima. La mattina è per persone come me, per chi resta in piedi e cammina da un lato all’altro con mezzo pasticciotto in bocca, il pomeriggio è per chi si siede sui gradini, per chi si tiene la mano al centro di questa grande Signora. La sera, invece, è delle persone che si rifugiano negli angoli, per chi si bacia contro le mura eleganti, ormai scure, sospinti controvento.
L’Università del Salento è giovane, è nata nel secondo dopoguerra; anche qui non c’è un campus chiuso, l’università è diffusa e si attraversa, il confine tra l’aula e la strada sfuma, è un luogo che non chiude la porta.
Le discipline umanistiche hanno sede in edifici storici del centro: si studia e si insegna in palazzi che hanno già vissuto, che hanno avuto altre funzioni, altre vite, si impara tra mura che hanno una propria memoria. La Biblioteca Bernardini e il Convitto Palmieri sono due simboli uguali e contrari; se le discipline scientifiche hanno sedi più distanti, quasi come fossero in un’altra città, qui dentro la parola detta ha un peso. Il che è paradossale, perché nella Biblioteca il silenzio è assordante, quasi spaventoso, intimorisce persino tossire o soffiarsi il naso. Cerco di mettere in ordine i capelli che il vento ha spostato, e il fruscio dei capelli sembra essere notato, forse ha persino dato fastidio. Il Convitto Palmieri, invece, è un punto d’incontro: fatto di sedie rosse, blu e gialle poste all’interno di uno spiazzo incorniciato da colonne, ci sono persone che studiano, scrivono, leggono, disegnano, parlano, parlano, parlano e parlano e le parole si arrampicano, strisciano sulle sedie colorate, passano attraverso il pavimento e come edera circondano le colonne, si infilano nei pertugi delle finestre, si insidiano nei corridoi, nelle aule, arrivano a professori e professoresse che scendono in cortile per discutere e riportare quelle stesse parole ai loro allievi.
Qui la parola è dinamica, si sposta sempre controvento.
A Piazza Sant’Oronzo, cuore aperto della città, c’è un anfiteatro che mostra simultaneamente i suoi lati romani, barocchi e contemporanei. Vorrei andarci; piantarmi al centro dell’anfiteatro e percepire il mio stare, un corpo sostenuto dalle proprie gambe che si mostra a gradoni e gradoni vuoti, immaginandoli pieni. Chiudere gli occhi per ripescare lo sguardo delle persone che, da quei gradoni, guardavano lo stare delle persone su un palco.
Ma c’è fretta nell’aria, e non c’è tempo.
Prendo un bus: la Puglia è lunga, il Salento è grande e qui dicono che il vento pulisce, confonde, conosce mentre noi non sappiamo; e se porta via i pensieri, allora potrebbe portare via anche me.
In Salento, posso dare la colpa al vento se voglio arrivare al mare.
C’è sempre un eterno tornare: la pioggia di Roma, lo scroscio di Bologna, l’acqua delle fontane di Padova, il fiume di Torino, il mare della Calabria, di Messina, di Napoli.
Come poteva il vento salentino lasciare che mi perdessi il mare?
Qui il mare si sceglie dal vento, non con le mappe, in base a dove tira si va: ma io non lo so dove tira e nemmeno voglio saperlo, prendo il primo bus e dove mi porta mi porta, andrà bene lo stesso.
Per prendere posto faccio una scelta accurata: voglio una signora o un signore di una certa età, con una certa storia, voglio qualcuno che sappia raccontarmi le storie, le leggende.
Tra i primi posti c’è un signore con un berretto rosso e un libro, lui è la mia preda, il povero malcapitato che costringerò a parlare nel viaggio; non sembra dispiacergli, anzi, parlare gli fa gli occhi belli, gentili.
«Ci te contu, figghia mia?».
Lui me lo chiede e a me salgono le lacrime agli occhi, quelle lacrime che partono dalla gola e salgono sul fondo del palato, fanno pizzicare il naso e si fermano tra le ciglia. È bastato offrire un pasticciotto, sorridere, confessare con gentilezza un’estrema curiosità per essere considerata figlia, essere accolta per qualsiasi richiesta.
Il signore col berretto -Pietro- non sceglie la storia, vuole che sia io a decidere.
Mi racconta che per secoli, nel Salento, il dolore femminile non aveva parole legittime; non perché mancassero, ma perché non venivano ascoltate. Le donne tremavano, non mangiavano, avevano attacchi d’ira o di pianto, non dormivano, allora la comunità diceva che quelli erano i sintomi della taranta. Non era solo il morso di un ragno, era qualcosa che entrava nel corpo senza andar via. L’unica cura a cui il corpo femminile rispondeva era la musica: si provavano diversi strumenti, ritmi, tempi e quando la donna si muoveva aveva trovato il suo: non si forzava, si ascoltava un corpo nella sua individualità.
La taranta non doveva essere domata ma seguita; allora, dove le parole non si presentavano abbastanza forti, pesanti, dense, ci pensava il corpo. Alla donna era permesso cadere, urlare, contorcersi, nessuno doveva fermarla! Per quella frazione di tempo le era concesso fare rumore e, pur non guarendo, poteva essere vista: la musica era la soglia che permetteva alle donne di alzare la voce, di gridare il proprio dissenso, la propria sofferenza e frustrazione.
«L’hai pruvata mai ‘na libertà com’a chista?»
Non so rispondere.
Pietro dice che devo scendere a Torre dell’Orso, dove la sabbia è chiara, il mare parla e due faraglioni hanno nomi di donne.
Mi racconta che non è una storia romantica: due sorelle scapparono da una vita che non volevano, e spesso si racconta che stessero aspettando il ritorno degli amanti pescatori, ma non bisogna crederci. Erano stanche, affascinate dal mare, dalla scogliera, dalla brezza, totalmente rapite dalla bellezza, quasi stregate, che una delle due cadde in acqua. La minore si gettò per aiutarla ma il mare le tenne con sé: non voleva restituirle ad una vita di silenzi, obblighi, lavori nei campi, allora le ha riportate a galla come faraglioni. Corpi di roccia in mezzo all’acqua che, nel loro stare, verranno per sempre viste.
«Mo’ stannu lì. E nu’ le tocca chiu nisciunu».
Non ho bisogno di sapere altro.
Non posso salire sulla scogliera, quando arrivo è quasi buio e da sola è pericoloso, allora le due sorelle le guardo dalla spiaggia.
Credo di aver seguito il giusto vento, ha smesso di venirmi contro, di spingermi da un lato e dall’altro: non c’è più fretta.
Non dovrei, forse prenderò il raffreddore, ma levo le scarpe, lascio lo zaino e arrivo in acqua fino alle caviglie.
Talmente fredda che sembrano tanti piccoli spilli, tutti pronti a colpire qualsiasi punto della pelle, ma non importa. Mi siedo persino sulla sabbia gelida, cercando di non bagnare i vestiti, perché Pietro ha detto che il mare parla, il vento porta via i pensieri e qui c’è una luna grande, forse troppo grande.
Più grande delle altre lune, più grande del solito.
Calvino, nelle Cosmicomiche, ha diversi personaggi che salgono sulla luna. Prima che l’universo diventasse il nostro universo, che la materia diventasse la nostra materia, la luna era talmente vicina alla Terra che ci si poteva salire con una scala a pioli. Qfwfq, il protagonista, si innamora di una donna che vuole diventare la luna, allora passa un mese lì sopra pur di stare con lei. Quando arriva il momento di tornare sulla Terra, la luna si è allontanata: con fatica il protagonista riesce a tornare, ma lei no, decide di restare lì, di essere il posto che abita. Allora, quando l’universo diventa il nostro universo, e la luna diventa così lontana, lui la guarda cercando di vedere lei, seppur in piccolissima forma, Qfwfq cerca «lei che rende Luna la Luna».
In questi viaggi, in queste città, mi ha spinta il vento e la corrente.
Con i trasporti pubblici ho attraversato le parole, le storie, i dialetti e l’individualità delle persone: pensavo lo stessi facendo per lavoro, per raccontare a te che leggi ciò che ho visto io. Dovevo raccontarti l’architettura, i monumenti, le Università, la città e invece credo di aver trovato un sentimento comune in tutti e tutte e, alla fine, credo -senza saperlo o volerlo- di averti raccontato solo questo: la meraviglia.
Questa costante ricerca che ci muove, per la quale diamo il consenso al nostro corpo di essere più leggero, in modo tale che possa essere sospinto con più facilità tra venti e correnti, per chilometri e chilometri senza ascoltare stanchezza. Cerchiamo la meraviglia, e ci rendiamo conto di esserne alla ricerca solo nel momento esatto in cui la troviamo.
Inizia a piovere, e io ho un aereo da prendere.
Un’ultima tappa, una cartolina per salutarti.
Allora ti lascio, continuo ad essere in ritardo.
Sempre con amore,
Her