Her: Capitoli Universitari
Capitolo 7: Padova
Carissime e carissimi voi,
Prato della Valle è una delle piazze più grandi d’Europa, e ce l’abbiamo noi, a Padova.

Padova che ha questo sole che riflette sull’acqua dell’isola Memmia, allora sembra tutto così piatto: la città ha assunto uno ed un unico colore, ovunque, con poche e lievi sfumature. Come quando una foto è troppo satura, luminosa: si è all’interno di una coltre di fumo, un mare di latte che ti circonda mentre ti sforzi di guardare attorno.
Non ci sono sedie, come se nessuno avesse veramente pensato che qui, un giorno, qualcuno si sarebbe venuto a sedere. Studenti e studentesse fanno colazione seduti sull’erba, tra le mani hanno appunti, schemi e crema pasticcera; ho visto di sfuggita due persone correre, tutte le altre passeggiano, coppie di anziani con nipoti e donne con cappelli, occhi ancora chiusi e cani di taglia media che le portano a spasso.
La piazza è ovale: seduta per terra, tra due statue imponenti, l’acqua mi si muove affianco. Degli insegnamenti di fisica del liceo ricordo poco, ma tra tempo e spazio posso dire che i minuti li contano le piccole onde che ogni tanto il vento increspa, e lo spazio è questa precisissima forma geometrica che mi ospita. Come quando le professoresse spiegavano gli insiemi: disegnavano cerchi stortistortissimi, delle volte li intersecavano, e ci infilavano qualche punto all’interno o all’esterno.
Io sono un punto a limite, disegnato sul confine tra l’interno e l’esterno.
Le statue sono parte dell’insieme, sono state messe all’interno, come se nessuno avesse veramente pensato che qui, un giorno, qualcuno si sarebbe fermato per respirare.

Il mio viaggio è quasi finito; venendo su da Napoli -con qualche dolcino nello zaino- ho chiuso gli occhi, e se le mie gambe potessero correre alla stessa velocità del treno?
Allora, ad occhi chiusi, correvo con il mio zaino sulle spalle, le scarpe rovinate e con una grande domanda stampata sotto le palpebre: il fiato, io, da dove lo prendo? Questa fame d’aria che devo soddisfare, per la quale naso e bocca sembrano essere insufficienti, come la colmo?
Corro all’interno di questa velocità che non posso fermare: lo spazio delle rotaie, dei binari, non può essere intralciato. Creerebbe problemi al passaggio dei prossimi treni. E poi il tempo: si parte e si arriva ad orari precisi, se voglio essere un treno devo rispettare le norme nelle quali è nato.
Mi è venuta la nausea, ho aperto gli occhi: viaggio da tanto, non medito da troppo. Qui non riesco, è colpa delle statue, lo so. Nella loro immobilità, l’imponenza, il candore con cui guardano uno spazio ovale che io occupo sul confine: una straniera in un insieme disegnato su una lavagna, allora non medito, mi limito a respirare profondamente. Dove finisce l’aria, quando si apre il petto e quando il diaframma, quanto il vento interrompa questo movimento, non mi fa respirare bene, come se corressi, come se ci fosse ancora quella fame d’aria.
Apro gli occhi: è tutto così celeste che sembra di avvicinarsi alla sera, invece è mattina, e tutto questo azzurro che si riflette sull’acqua, sugli edifici, le statue, persino sulle persone non è il vero colore delle cose. È un riflesso: guardo meglio, mi alzo per entrare nell’insieme, superare il confine. Anche qui si respira, solo in modo diverso, in un modo a cui non sono abituata: si respira piano.
Abituarsi, adattarsi, è una delle cose che l’essere umano sa fare meglio, ma il semplice fatto che lo sappiamo fare -e che lo facciamo bene- non vuol dire che non abbia un suo peso.
Riprendo il mio passo, mi impegno a seguire quello degli altri: rallento.
E qui entra in gioco l’arte; Tondelli scriveva che delle volte, quando ci si isola entrando nella propria solitudine, ci si affida alla vena solida di una realtà separata che riconosceva come arte.
In parole povere: quando le cose vanno troppo veloci, e come con la migliore delle macchine da corsa non si riesce a rallentare, c’è una memoria muscolare che ci porta a mantenere quell’insostenibile velocità. Allora bisogna entrare in una realtà altra, una realtà separata, e l’arte è un perfetto canale da usare come ingresso.
La Cappella degli Scrovegni all’esterno mi demoralizza, ma varco la porta e Giotto mi prende in contropiede. Se l’esterno sembra quasi rosa l’interno è blu, tutto blu e oro; sembra vuota, o meglio, qualcuno si muove e ne sento i passi, ma non si vede nessuno. Mi piazzo al centro della Cappella e, appurato di non essere notata da anima viva, mi siedo sul pavimento: mani per terra, schiena all’indietro e testa puntata in alto.
Continua ad essere mattina, eppure ci sono le stelle.
Il blu non è uno sfondo, è un ambiente che respira a pieni polmoni, costellato da piccoli punti dorati.
Tutto ciò non è solo arte, solo colore: è una richiesta di perdono in forma architettonica, un’espiazione. La volle Enrico Scrovegni, che Dante nella Commedia infila nell’Inferno, per la sua fama da usuraio. Le pareti raccontano una storia, non sono solo volti immobili che ti guardano: pensato per un pubblico che non sapeva leggere, Giotto restituisce un peso a personaggi sacri che non galleggiano su uno sfondo ma stanno in piedi, si piegano e i volti piangono, si contraggono, Maria soffre e gli angeli urlano contro un cielo pieno di stelle. La storia non si guarda, la si attraversa: c’è un racconto lineare, con un prima, un durante, un dopo e esiste tutto e tutto insieme sulle pareti. Allora mi alzo per camminare, leggere quella storia come se ci fossero parole sulle quali camminare: si vede il peccato, la caduta, il dolore, la redenzione, ed è tutto già lì, presente.
Il mio tacito segreto che condivido con voi – e che, per un tacito accordo, resterà tra noi – sarebbe quello di nascondermi, sotto una panca, un altare, oppure in un confessionale. Disegnare dall’interno di una storia, ma un prete sbuca fuori ed io vado via. Resterà un segreto, raccontato a voi e alle stelle fittizie, a del colore.
Palazzo del Bo è una delle università più antiche d’Europa: la vita studentesca sembra scorrere in tutta la città, tra i bar, sotto i portici, nelle piazze. Qui ha insegnato Galileo Galilei, qui ha studiato Elena Cornaro Piscopia, prima donna laureata al mondo. Qui, a Padova!
Sembra una città costruita sulla cultura, sullo studio: piena di biblioteche, cortili, caffè e spiazzi pieni di studenti e studentesse.
Li osservo mentre parlano tra loro, si passano fogli, scambiano penne, ridono, piangono, qualcuno si abbraccia, altri si tengono per mano: non so se per conforto o sconforto.
Nei loro movimenti c’è una stabilità, delle radici che sembrano tenerli in piedi, c’è la stessa concretezza delle statue a Prato della Valle o delle figure di Giotto. Qui la gente non galleggia: loro camminano e si attraversano, spostandosi da un insieme ad un altro anche quando non gli appartengono, senza troppi problemi, non restano in bilico sui confini.
Ciò che sa fare meglio l’essere umano è adattarsi, forse troppo; per quanto bisognosi delle nostre realtà separate, della nostra solitudine, mi è bastata la compagnia di una persona in una città come Napoli per lasciare andare l’abitudine alla solitudine.
Come se avessi perso la parola, anzi, non ho perso la parola ma la memoria muscolare che mette in moto il canale per parlare: stringo le labbra, non riesco a lasciarle andare, a rilassare mandibola e spalle. L’essere umano si adatta, ma camminare piano lascia libero spazio alle parole che, come innaffiate, si gonfiano occupando l’intera calotta cranica. Non trovando un canale d’uscita, il solito canale d’uscita, fanno affidamento al naso, agli occhi. Allora, se la bocca non collabora, ci pensa il condotto lacrimale. Le parole si gonfiano nella mia testa e fuoriescono sotto forma di lacrime, lì, davanti a tutta quella vita, quel dinamismo paradossalmente ben piantato in terra, davanti a tutta quella bellezza.
Passo tra Piazza delle Erbe e Piazza della Frutta, con spessi occhiali da sole che coprano bene le parole male uscite. In un sacchetto di carta infilo un tramezzino fatto sul momento, delle verdure chiuse in un barattolo di vetro, un paio d’arance.
«Tuto ben, siora?»
Annuisco a labbra strette, accennando un sorriso che non porti l’interlocutrice a farmi altre domande; ma quel sorriso forzato mi resta sulla bocca, finisce per diventare vero, una bozza che prende forma e si conclude in una risata. Qui sono tornata “signora”, non sono più “signorina”, anzi, sono siora.
C’è stato un tempo in cui la lingua doveva essere unica: le persone dovevano parlare nello stesso modo, la lingua essere simbolo d’unità nazionale. Personaggi come Bembo, Manzoni, hanno pensato, studiato su come poter rendere l’Italia omogenea, come farci parlare tutti nello stesso modo: non ce l’hanno fatta.
Menomale, perché è il passaggio da signurì a siora che mi fa ridere, che mi fa di nuovo sentire presente anche se sola, anche se in silenzio, mentre sbuccio un’arancia in Piazza della Frutta.
In via del Santo la sera non c’è rumore: tintinnano i bicchieri di vino, i tacchi sull’asfalto, un brusio di voci basse accompagna il movimento di gruppi di persone che si muovono all’unisono. Levo anche gli occhiali da vista: sono miope e quelle persone, tutti quei punti individuali, diventano sfocati in un unica massa che il vento increspa, come le onde della Piazza, si muovono lenti e pesanti, sotto il brusio delle loro stesse voci.
Padova è intellettuale, gentile, è concentrata.
Bisogna solo abituarsi a dei ritmi che non sono i propri, ad un respiro che non ci appartiene per poi scoprire che, quasi con estrema sorpresa, sappiamo respirare anche in altri modi.
Qualcuno mi tocca la spalla, devo rimettere gli occhiali: sembra che senza la vista non riesca neanche ad ascoltare.
«Siora bona sera, cosa ve porto?».
Apro la bocca, prendo aria, la richiudo subito: forse le parole ancora non sono pronte per essere formate.
«Vole el menù? Pensarghene ancora un poco?».
Ancora un poco, sì, voglio ancora un poco di tempo, di questo silenzio: la rivoluzione, il crollo dell’aspettativa, l’urgenza di performare con un sorriso fatto di 77 denti, una voce piena e squillante, gentile e mai eccessiva. L’innovazione: scoprire di non aver fatto nessuna promessa, non bisogna essere sempre per forza felici, sempre di buon umore. Basta essere gentili.
Allora prendo il menù, indico i bigoli in salsa, senza parlare ma sorridendo.
Anche la signora non mi risponde, non parla più, però mi sorride, come se mi stesse restituendo il mio. Per cortesia.
Adesso Pavia ci aspetta, magari anche una bella doccia calda, che faccia scivolare via i pensieri innaffiati e straboccati.
Io vi aspetto, sempre con estremo amore e gentilezza.
La vostra Her.